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Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco

Via dei Tribunali, 39, 80138 Napoli, Italia

by Lara Kipling
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Overview

La Chiesa superiore Durante il secolo della peste, esattamente nel 1605, un gruppo di nobili diede vita ad un’Opera Pia, una congregazione laica che aveva tra gli scopi principali la cura delle anime del Purgatorio. Sorse così, su progetto di Giovan Cola di Franco, la chiesa concepita sin dall’origine su due livelli: la chiesa superiore, vero capolavoro dell’arte barocca napoletana, e la chiesa inferiore o ipogeo che è, ancora oggi, sede del culto delle anime pezzentelle. La chiesa superiore è piccola e sfarzosamente decorata con marmi policromi e dipinti. La preziosa decorazione del presbiterio in commessi marmorei è opera di Dioniso Lazzari. Sull’altare maggiore c’è la tela di Massimo Stanzione raffigurante appunto la “Madonna con le anime del Purgatorio” e in alto “Sant’Anna offre la Vergine bambina al Padre eterno”, di Giacomo Farelli. Stupefacente è però la decorazione della parete di fondo dietro l’altare che presenta un teschio alato, capolavoro di Lazzari, oggi non visibile da chi siede nella navata perché l’altare costruito nel settecento lo ha coperto. L’Ipogeo Ma al di sotto della chiesa principale ce n’è un’altra in tutto speculare a quella superiore. Si tratta dell’Ipogeo che è in totale opposizione alla sua gemella perché spoglia, buia e priva di decorazione. E’ stata concepita per rappresentare una suggestiva discesa nel Purgatorio e quindi un luogo di passaggio prima della gloria divina. E’ questo il luogo dove i fedeli hanno stretto un particolare rapporto con i resti mortali creando un culto ai limiti del pagano e del superstizioso. Il culto Il culto delle anime pezzentelle (da petere, latino per “chiedere”) era fortissimo. Consisteva nell’adottare un teschio ovvero prendere un cranio da uno dei tanti morti qui seppelliti, ripulirlo, porlo in un altarino e pregare per lui così da agevolargli il passaggio dal Purgatorio alla Salvezza. Spettava ai vivi favorire l’ascesa e assicurare refrigerio dalle fiamme dell’oltretomba tramite preghiere, messe e offerte. Quando l’anima era ormai salva, avrebbe aiutato coloro che con le loro preghiere l’avevano salvata esaudendo le loro richieste. Si trattava di richieste piccole come problemi relativi alla vita quotidiana, per le cose importanti infatti c’erano i Santi. Ad ogni modo si creava una relazione stretta e indissolubile tra l’anima e coloro rimasti a soffrire sulla terra. Il vivente curava il teschio come un talismano sacro, costruiva degli altarini che erano delle vere e proprie casette, di cartone o di legno, li abbelliva con santini, rosari, anche gioielli o manufatti preziosi e oggetti di uso quotidiano. Spesso queste casette erano costruite con mattonelle da cucina proprio per far sentire il defunto a casa. Fine del culto Questo culto, non ufficiale e dunque mai riconosciuto, fu avallato dalla chiesa poiché consentiva di raccogliere offerte e elargizioni, ma nel 1969 fu infine vietato perché ritenuto pagano. Una commistione così profonda tra vita e morte poteva essere pensabile nel XVII secolo quando infatti era normale, ma non nell’epoca moderna. Nonostante ciò, la chiusura dell’ipogeo causò vere e proprie scene di panico con persone che forzarono l’entrata e di fatto il culto continuò. Solo il terremoto del 1980 fermò la pratica rendendo inagibile per lungo tempo l’ipogeo. Si perse a mano mano anche il culto e si verificarono numerosi furti perché le tombe erano piene di ori e gioielli. La chiesa e l’ipogeo saranno riaperti solo nel 1992 dalla Sovrintendenza per i Beni Artistici e Storici di Napoli e tutt’oggi sono visitabili e aperti al pubblico. Oltre alla chiesa e all’Ipogeo è visitabile anche il piccolo museo dell’Opera, che conserva oggetti ecclesiastici di varie epoche.