Secondo Alberto Lodispòto, noto medico omeopata e storico dell’Omeopatia italiana, autore di un prezioso testo sulla “Storia dell’Omeopatia in Italia”, la famiglia Mattòli di Bevagna è la famiglia di medici omeopati più antica del mondo. Il primo medico omeopata della famiglia fu Agostino Sr (1801-1869), di spirito progressista, doppiamente rivoluzionario, sia nel campo politico che nel campo medico. Sul piano medico, Agostino frequentò la Facoltà di Medicina a Roma e, dopo aver conseguito la laurea “di onore”, entrò, dopo concorso, come assistente presso l’ospedale Santo Spirito, nel quale perfezionò l’arte medica per 5 anni. Successivamente, nel 1828, ottenne la condotta di Palombara di cui fu titolare per 10 anni. Nel passaggio da tale condotta a quella di Vetralla, nel 1838, incontrò per qualche giorno il Dott. Pompili di Spoleto che sarebbe subentrato a lui a Palombara. Il Pompili gli consigliò di studiare l’Omeopatia. Agostino dichiarò di aver letto alcuni testi di Omeopatia, ma di averli “gettati via con disdegno”. Pompili, che comunque affermava essere “omiopatico più di simpatia e di fatto che per convinzione” (solo nel 1859, abbandonata la politica, si dedicò del tutto alla Omeopatia) insisté con Agostino perché approfondisse lo studio dell’Omeopatia. I risultati clinici dell’Omeopatia sui pazienti di Vetralla stupirono Agostino al punto da dedicarsi esclusivamente alla terapia omeopatica per tutta la vita. L’amicizia e la collaborazione scientifica e pubblicistica con Gioacchino Pompili fu profonda e perpetua. Di Agostino il Pompili scrisse: “L’ingegno del Dottor Mattòli non era comune. La sua mente ordinata e profonda, nutrita di forti studi letterari e filosofici, aveva inteso e abbracciato in una sintetica intuizione le scienze mediche, in un modo che pochi sogliono”. Nel 1855 e nel 1867 Agostino fu molto attivo nel corso di epidemie di Colera a Bevagna, con risultati notevoli sul piano statistico. Da una tabella di provenienza militare citata nell’opera di Lodispoto, Agostino curò 193 malati nell’epidemia del 1867, con una mortalità di soli 14 individui (7,25% dei decessi, mentre la mortalità del Colera non trattato è del 50-60%) – risultati statisticamente sovrapponibili furono ottenuti in tutta Italia e anche in Inghilterra. Una lapide collocata tuttora nel corso di Bevagna sulle mura della casa ove visse, ricorda la sua azione straordinaria a favore della popolazione nel corso delle epidemie di Colera del 1855 e 1867. Dopo la sua morte, nel 1869, in suo onore fu istituita una condotta omeopatica (probabilmente la prima in Italia) a Bevagna.