Il castello di Melfi è sicuramente uno dei siti più importanti della Basilicata, sia per la sua storia (dalle sale del castello il papa Urbano indisse nel 1089 la prima crociata in Terra Santa) che perché ospita al suo interno il museo archeologico nazionale del melfese e lo splendido Sarcofago di Rapolla, scultura di raro pregio, proveniente dall'Asia Minore. Nella nostra prima tappa però scenderemo giù per la collina su cui si erige la fortezza, per avviarci lungo un sentiero tra gli alberi che conduce ad una piccola grotta, nascosta da un pesante portone. Si tratta della cripta di Santa Margherita, una chiesetta rupestre scavata nella roccia, le cui pareti esibiscono meravigliosi affreschi che raccontano storie misteriose.La chiesetta è illuminata debolmente e le ombre giocano con i disegni impressi sui muri. Appena entrati però, se guardiamo alla nostra sinistra non possiamo fare a meno di sobbalzare vedendo un affresco bellissimo e spaventoso allo stesso tempo. Si tratta del “Monito dei morti”, dipinto risalente al XIII secolo. Il tema dell’opera è quello dei “memento mori”, macabro soggetto che ricorreva spesso nell’arte medievale cristiana con l’obiettivo di ricordare agli uomini quanto ciò che facciamo in vita non sia che polvere rispetto all’eternità che aspetta l’anima dopo la morte. Nella cripta di Santa Margherita infatti l’occhio viene subito catturato da due scheletri, che recano un buco scuro all’altezza dello stomaco, che vuole rappresentare le viscere ormai marcescenti divorate dai parassiti. Contrapposti agli scheletri ci sono tre figure, un uomo, una donna e un bambino. Chi sono loro? E perché sono lì? Non vi è ancora certezza assoluta sull'identità dei personaggi ma molte analisi storiche considerate attendibili sembrano identificano l’uomo con il sovrano Federico II di Svevia, accompagnato dalla moglie Isabella d’Inghilterra e dal piccolo figlio Corrado IV. Ci sono vari indizi che riconducono al sovrano. Innanzitutto i lussuosi abiti da falconiere che ha indosso. Federico II era infatti un grande appassionato di caccia con il falcone, tanto da aver scritto un trattato sull'argomento De Arti Vevandi cum avibus. Ci sono poi altri indizi che supportano tale teoria, come la barba rossa, l’ermellino e il mantello color porpora, segni di potere, la daga di foggia araba che evidenzia il legame tra il sovrano e il Medio Oriente. personaggi inoltre portano a tracolla una borsa su cui è disegnato un fiore con otto petali. Il numero otto non è casuale nella simbologia federiciana ma è una cifra alla quale il sovrano di Svevia era molto legato, non ha caso il celebre Castel del Monte è composto otto torri. Una volta chiarita l’identità delle figure il senso dell’opera appare piuttosto chiaro: neanche l’imperatore può fuggire all’ineluttabile scorrere del tempo. Un segnale potente per i credenti che si recavano a pregare sotto le volte della grotta, illuminate dalla fioca luce delle candele.