Anche se gli ingredienti sono pochi e semplici (farina, strutto, sale e acqua), la PIADINA ROMAGNOLA cambia di consistenza, spessore e dimensioni a seconda dell’area geografica della Romagna in cui ci troviamo. A differenza delle altre, ad esempio, quella di Ravenna è più spessa (si va dai 4 agli 8 millimetri) e ha un diametro di circa 20cm, di molto maggiore rispetto a quelle che ritroviamo nel sud della Romagna, come ad esempio Rimini, dove l’aspetto è quasi sfogliato. Il modo migliore per gustare una piadina? Calda, al massimo dopo tre minuti dalla cottura, possibilmente presso i chioschi lungo le strade (i cosiddetti “piadinari”), o in uno dei tanti ristoranti e osterie locali legate alla tradizione. Insieme alla piadina si mangia di tutto. Secondo la stagione, il territorio o la ricchezza, le si accostavano erbe di campo, di orto o di pineta, lessate o soffritte in padella con aglio, cipolla o scalogno e con pancetta, lardo o strutto. Poi i formaggi, freschi o stagionati, i salumi del “caro” maiale, gli arrosti e le grigliate. Ancora, la potevamo trovare a “fare scarpetta” per intingoli unti e sugosi, il più delle volte ricchi di verdure e poveri di carni. Non tralasciamo infine il pesce, quello azzurro, quello dell’Adriatico che con sarde, sardoncini, sgombri, zanchetti, zuppe e brodetti, rendeva la piadina un pasto da giorno di festa.