Il luogo si presta bene all’esplorazione, a camminate per nulla impegnative che costeggiano il fiume Fiora e i suoi affluenti; attraverso boschi di querce e superando forre e dirupi tufacei dove l’azione dell’acqua e del tempo hanno modellato il territorio calcareo in grotte e caverne. In questo contesto naturale, selvaggio e rigoglioso, si trova l’eremo di Poggio Conte e, poco distanti, gli altri romitori rupestri della valle del Fiora: Ripatonna Cicognina e il complesso rupestre di Santa Lucia. I vari insediamenti ipogei utilizzati fin dal tempo degli Etruschi, come luoghi di culto e funerari, sono stati oggetto di una presenza antropica proseguita nel corso del Medioevo fino al XVIII secolo. L’area in cui sorge l’eremo di Poggio Conte si presenta oggi in posizione defilata rispetto ai maggiori flussi turistici che invadono, una quarantina di chilometri a ovest, le coste tirreniche dell’Argentario. La via Clodia, arteria minore tra le più famose via Aurelia e via Cassia, passava da queste parti, consentendo a merci e persone di viaggiare dalla capitale a Saturnia e più a nord fino a Roselle. Una strada di collegamento conosciuta anche come via delle terme e la cui origine è con tutta probabilità etrusca; poi riadattata in epoca romana (225 a. C.) con una pavimentazione in pietra e l’installazione, lungo il percorso, di stazioni di posta (mansiones). L’eremo di Poggio Conte e gli altri romitori rupestri della valle del Fiora nascono e si sviluppano in questo territorio selvaggio dove l’acqua ha scavato naturalmente la roccia calcarea e dove il tufo può essere modellato con facilità, in foggia di nicchie e abitazioni, cappelle, colonne e strade come le famose vie cave di epoca etrusca. La presenza di monaci ed eremiti presso l’eremo di Poggio Conte (X-XIII secolo) si colloca in un contesto politico e spirituale che vede nel ritorno ai dettami evangelici un recupero del messaggio originario di Cristo e in un eremitaggio silvestre, il ritorno a un’esistenza più autentica: in comunione con lo spirito e la natura.