Fra i ricchi arredi scultorei della basilica di San Salvatore, simbolo di un gusto e una perizia artistica che in età longobarda aveva raggiunto apici inaspettati, si stagliano per raffinatezza e precisione due lastre a forma di trapezio in marmo proconnesio, raffiguranti due pavoni. Mentre una lastra è giunta a noi integra, dell’altra si possiedono solo alcuni frammenti. Gli aristocratici pavoni, delicati e flessuosi, sembrano avanzare nella composizione in una selva di foglie di vite e tralci con grappoli d’uva sistemati a girali, e contenuti da una sontuosa fascia a nastri intrecciati, che corre lungo il lato inferiore. I motivi ornamentali e geometrici ricoprono l’intera superficie creando una fitta trama decorativa, quasi come un pizzo, secondo un linguaggio artistico ricorrente nei manufatti dell’VIII e IX secolo. La particolarità della composizione sta nella raffinatezza dell’effetto d’insieme, che ne fa uno dei più importanti esempi di scultura a bassorilievo, in cui l’influenza di motivi ispirati all’arte bizantina e il naturalismo di radice tardoantica si fondono con i temi dominanti nella cultura figurativa medievale. L’opera è ricca di valori simbolici, secondo un’iconografia ricorrente nell’altomedioevo e di origine paleocristiana, che attribuisce al pavone il significato allegorico della resurrezione e dell’immortalità dell’anima. Le viti che li circondano sono invece tradizionalmente ricondotte a simbolo della Passione di Cristo. Verosimilmente le due lastre dovevano comporre parti di un ambone, collocato all’interno della chiesa, che si prestava per la lettura di testi sacri e la recita delle omelie. Si ritiene che i manufatti ornassero i lati di due scale d’accesso al pulpito.