Testimone della millenaria civiltà contadina, il frantoio ipogeo è parte imprescindibile della cultura economica e sociale dell’antica Terra d’Otranto. Ad esso erano legate le speranze di gran parte della popolazione che, con la lavorazione delle olive, cercava di far fronte alle difficoltà del quotidiano. I frantoi ipogei conservano, in modo estremamente distinto, i segni della forte e paziente mano dell’uomo: il motivo, poi, più comunemente noto, che faceva preferire il frantoio scavato nella pietra, rispetto a quello costruito sul pianterreno, era la necessità del calore. L’olio, infatti, diventa solido verso i sei gradi: pertanto, affinché la sua estrazione venisse facilitata, era necessario che l’ambiente in cui avveniva la spremitura delle olive fosse tiepido. Il che poteva essere assicurato solo in un contesto sotterraneo, riscaldato, per di più, da appositi forni che venivano costruiti all’interno di questi particolari tipi di frantoi. Accanto a questo aspetto ne vanno, tuttavia, considerati altri di natura prettamente economica. Il costo della manodopera per ottener un ambiente scavato era relativamente modesto, perché non richiedeva l’opera edilizia di personale specializzato, ma solo forza di braccia, e non implicava spese di acquisto e di trasporto del materiale da costruzione. Il frantoio ipogeo, inoltre, presentava il vantaggio di permettere il rapido e diretto svuotamento dei sacchi di olive nelle cellette sottoposte, attraverso le aperture che avevano al centro della volta, facendo risparmiare, anche questa volta, tempo e manodopera. La coltivazione dell’ulivo nel territorio di Mesagne, in particolar modo, ha determinato, nel corso dei secoli, la fioritura, all’interno dell’antico abitato cittadino, di una serie di frantoi ipogei. Tra questi, da segnalare, quello ubicato sotto palazzo Guarini, recentemente restaurato. Il recupero di questo ambiente testimonia, in maniera rilevante, l’importanza che aveva in passato l’attività estrattiva dell’olio a Mesagne. Il frantoio presenta una planimetria articolata, con schema prevalentemente mistilineo: lo spazio centrale, infatti, è occupato dalle macine per la molitura delle olive. Intorno ad esso si sviluppano gli ambienti accessori, dove è possibile osservare ancora l’antico forno per il riscaldamento. Nel corso degli anni sono state avanzate ipotesi circa la datazione del manufatto, attraverso un’analisi comparativa delle tecniche costruttive e dei materiali utilizzati, attribuendolo all’epoca bizantina, anche se l’arco, probabile accesso verso altri ambienti, risale ad epoca tardo medievale. Più moderne le volte a botte, sul quale poggia la secentesca struttura del palazzo, mentre ancora visibili sono le cisterne per la raccolta dell’olio e gli ambienti per il ricovero degli operai addetti alla lavorazione. Questo frantoio ipogeo è uno dei 28 sparsi nel centro storico, diversi dei quali sono stati recentemente riportati alla luce.