
La luce entra obliqua nella Grotta 1 e illumina il volto del Bodhisattva Padmapani, dipinto con una delicatezza che fa sembrare il tempo sospeso. Gli occhi abbassati, il fiore di loto in mano, la pelle che sembra quasi respirare sotto lo strato di pigmenti naturali stesi duemila anni fa. Ci vuole un momento per realizzare che si sta guardando uno dei capolavori pittorici dell'umanità, nascosto nella roccia basaltica di una gola del Maharashtra, a pochi chilometri da Fardapur.

Le Grotte di Ajanta sono un complesso di trenta caverne scavate nella roccia lungo una parete curva a forma di ferro di cavallo che si affaccia sul fiume Waghora. I lavori iniziarono nel II secolo a.C. durante il periodo Satavahana, ma la fase più prolifica si concentrò tra il IV e il V secolo d.C., sotto la dinastia Vakataka. Abbandonate intorno al VII secolo, furono riscoperte nel 1819 da un gruppo di ufficiali britannici durante una battuta di caccia, guidati dal tenente John Smith, che notò per primo l'apertura di una delle grotte dalla riva del fiume.
Un complesso che racconta il buddhismo in tutte le sue forme

Le trenta grotte non sono tutte uguali per funzione né per epoca. Alcune sono chaitya, ovvero sale di preghiera con una stupa centrale attorno alla quale i monaci camminavano in meditazione. Altre sono vihara, monasteri dove i monaci vivevano, studiavano e dormivano. La distinzione è visibile immediatamente: le chaitya hanno una pianta absidale con un'alta volta a botte scolpita nella roccia, mentre i vihara si sviluppano attorno a un cortile centrale circondato da celle.
Le grotte più antiche, come la Grotta 9 e la Grotta 10, appartengono alla fase Hinayana del buddhismo e sono prive di immagini del Buddha in forma umana — la sua presenza è evocata solo attraverso simboli come l'impronta del piede o la ruota del dharma. Nelle grotte più tarde, invece, il Buddha appare in sculture monumentali che dominano le pareti, espressione del buddhismo Mahayana che aveva ormai trasformato il fondatore in figura divina.

I murales: tecnica e soggetti che stupiscono ancora oggi
Ciò che rende Ajanta unica al mondo non è solo la quantità dei dipinti, ma la loro qualità e il loro stato di conservazione relativo. Gli artisti preparavano la superficie rocciosa con uno strato di fango misto a fibre vegetali, poi applicavano un intonaco di calce fine su cui stendevano i pigmenti — lapislazzuli per il blu, ocra per i rossi e i gialli, carbone per il nero. I soggetti spaziano dalla vita del Buddha nelle sue incarnazioni precedenti (le Jataka) a scene di vita di corte, mercati, animali esotici, musici e danzatori.

Nella Grotta 17, considerata da molti studiosi la più ricca iconograficamente, si può osservare il cosiddetto affresco della Principessa di Ceylon, che raffigura il principe Simhala durante il suo viaggio sull'isola. I dettagli dei costumi, delle architetture e delle espressioni dei personaggi rivelano una maestria compositiva che non ha equivalenti nell'arte antica del subcontinente indiano. Portare una torcia o una piccola lampada frontale aiuta a cogliere i dettagli nelle zone meno illuminate.
Come organizzare la visita in modo efficace

Ajanta si trova a circa 100 chilometri da Aurangabad, la città più vicina con collegamenti ferroviari e aerei. Da Fardapur, il villaggio più prossimo alle grotte, partono navette che portano all'ingresso del sito. Il biglietto d'ingresso per i visitatori stranieri è di circa 40 dollari americani (soggetto a variazioni), mentre per i cittadini indiani il costo è sensibilmente inferiore. Il sito è aperto tutti i giorni tranne il lunedì.
Il momento migliore per visitare è la mattina presto, appena apre il sito, quando la luce naturale entra nelle grotte con angolazioni favorevoli e la folla è ancora limitata. Nei mesi da novembre a febbraio il clima è più fresco e gradevole. È consigliabile dedicare almeno quattro o cinque ore alla visita per poter osservare con calma le grotte principali senza correre. Indossare scarpe comode è essenziale perché il percorso tra le grotte prevede salite e discese su terreno irregolare. Le fotografie all'interno sono generalmente consentite senza flash, ma è sempre bene verificare le indicazioni affisse all'ingresso di ogni grotta.
Perché vale il viaggio fino a Fardapur
Raggiungere Ajanta richiede un certo impegno logistico, ma il contesto paesaggistico amplifica l'esperienza. La gola del Waghora, con la vegetazione che cresce rigogliosa lungo le pareti rocciose e il suono dell'acqua che accompagna la passeggiata tra le grotte, crea un'atmosfera di isolamento che aiuta a capire perché i monaci buddhisti scelsero proprio questo luogo per ritirarsi e creare. Le grotte non sono un museo: sono uno spazio che fu vissuto, pregato, abitato. E quella presenza si sente ancora, nella pietra e nel colore.
