Attenzione: il piatto tipico di Elice, provincia di Pescara, potrebbe trarre in inganno. Cosa c’è di tanto speciale, direte voi, in una pasta fresca al sugo? Beh, tanto per cominciare, per dirla alla abruzzese, ‘na freca di storia, di artigianato e di manualità. Già dal Medioevo infatti è attestata, lungo il corso del fiume Fino che scorre tra Pescara e Teramo, la presenza di mulini ad acqua per la macinazione del grano. Farina e acqua erano così intrinsecamente legate all’economia del territorio che il prototipo di pasta che se ne ricavava era chiamato Molinara e veniva preparato in bianco con aglio, olio e peperoncino. A tal proposito ricordiamo che A) la carne era un bene di lusso; B) il pomodoro in Europa non era nemmeno arrivato (e ci volle parecchio tempo ancora prima che noi italiani ci fidassimo a usarlo in cucina).
Ed ecco l’inganno del nome: il mugnaio, figura chiave del processo di trasformazione della materia prima, sorprendentemente non c’entra. Mugnaia deriva piuttosto da “mungere”, e fa riferimento al gesto usato per tirare fuori dalla matassa farinosa i fili lunghi e piuttosto ciccioni di pasta, manovra tutt’altro che semplice (richiede una certa destrezza oltre che forza fisica) e che ricorda appunto la “strizzata” di mammella delle vacche da latte. Queste le origini e l’etimologia della pasta alla mugnaia: come si è evoluta oggi? Si tratta di pasta fresca di grano tenero e uovo, di formato lungo e dallo spessore di almeno 1 centimetro. Il condimento tipico elicese è a base di carne di vitello e maiale rosolata su un trito di peperoni, cipolla e carote, a cui vengono aggiunte passata di pomodoro e melanzane a cubetti. Infine, una bella spolverata di pecorino e l’immancabile calice di Montepulciano d’Abruzzo.
Top of the World