Napoli è una città in cui sacro e profano si fondono in un arazzo di tradizioni e credenze dai colori unici. Uno degli esempi più curiosi di questa fusione è il detto locale, "Va' a vasà 'o pesce 'e San Rafèle"letteralmente, "Vai a baciare il pesce di San Raffaele". Questa stravagante frase ha radici profonde nel patrimonio religioso e folcloristico della città e si ricollega alla lunga capacità dei napoletani di intrecciare umorismo, spiritualità e antiche usanze.
L'origine della tradizione
L'espressione trae origine dalla Chiesa di San Raffaele nel quartiere Materdei di Napoli, costruita nel 1759. All'interno di questa chiesa, si può vedere una statua dell'Arcangelo Raffaele che tiene in mano un cesto di pesci: un riferimento alla storia biblica di Tobia, tratta dal Libro di Tobia. Secondo il racconto, Raffaele, travestito da guida, aiuta Tobia in un pericoloso viaggio per salvare la sua famiglia. Lungo il cammino, Tobia cattura un pesce dal fiume Tigri, ne estrae gli organi e li utilizza per scopi curativi. Questi organi, in particolare il fiele, il cuore e il fegato del pesce, aiutano a curare la cecità del padre e la sofferenza dell'amata a causa di uno spirito maligno.
Questo intervento miracoloso è ricordato nella statua della chiesa, ma la tradizione napoletana aggiunge un tocco colorato. Nel corso del tempo, "baciare il pesce di San Raffaele" è venuto a simboleggiare un atto di speranza, in particolare per le donne in cerca di matrimonio o di fertilità. Il legame tra pesce e fertilità non è casuale: i pesci sono antichi simboli di abbondanza e di vita, profondamente radicati nel simbolismo pagano e cristiano.
Rituale sacro o benedizione di fertilità?
Si pensa che baciare il pesce porti fortuna, soprattutto alle giovani donne che vogliono sposarsi o concepire. Sebbene possa sembrare una pratica strettamente cristiana, gli studiosi ritengono che porti con sé residui di antichi rituali di fertilità pagani della Campania, mescolati nel tempo con gli insegnamenti cattolici. I pesci, spesso associati al mare e alla fertilità, hanno sempre occupato un posto di rilievo nella cultura locale.
Questa tradizione ha trovato spazio anche nella musica napoletana, in particolare nella canzone Italiella della Nuova Compagnia di Canto Popolare, che racconta la storia della moglie del re Vittorio Emanuele, che bacia il pesce di San Raffaele nella speranza di concepire un erede.
Una città dai doppi sensi umoristici
Ovviamente, come per molte cose a Napoli, c'è un immancabile strato di umorismo. In dialetto napoletano, "pesce" può avere un doppio senso, portando la frase "Va' a vasà 'o pesce 'e San Rafèle" ad assumere un tono più sfacciato. Lo spirito giocoso di Napoli trova il modo di fondere la riverenza religiosa con una strizzatina d'occhio, ricordandoci la capacità della città di bilanciare la solennità con l'irriverenza.
Una tradizione viva
Nonostante le sfumature umoristiche, il rito rimane una parte cara della vita napoletana, rappresentando la speranza, la fede e il profondo legame della città con il suo passato sacro e profano. A Napoli, dove la storia e la mitologia, il sacro e l'irriverente, sono sempre intrecciati, baciare il pesce di San Raffaele continua a essere un atto di devozione affascinante e napoletano.
In questa città, non si sa mai dove si possa trovare il prossimo miracolo - o scherzo -
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