Il museo di Palazzo Davanzati ha sede nell’antica dimora dei Davizzi, famiglia di ricchi mercanti. La costruzione risale a metà ‘300 circa e fu acquistato nel 1578 da Bernardo Davanzati, mercante e fine mecenate.Il palazzo ci presenta una facciata maestosa in pietra che richiama un’alta torre medievale, ma è più ampia e accogliente. A piano terra ha tre grandi portali che ricordano la presenza dell’antico loggiato aperto, sede di chiacchiere fra balie, lunghe attese, scambi commerciali e schiamazzi dei bambini. Si accede poi allo straordinario cortile che raccoglieva l’acqua piovana e percorrendo lo scalone in pietra si arriva al primo piano, sede della vita privata della famiglia. Visitarne le splendide sale è ricostruire la quotidianità dei padroni di casa, sognando di ascoltare i segreti accordi commerciali nelle sale di rappresentanza, penetrando il silenzio di uno studiolo e osservando le camere private.Salendo ancora da una scala di legno si arriva all’ala piu’ intima, quella che ospitò la camera nuziale di Paolo Davizzi e Lisa degli Alberti. L’antica alcova presenta gli affreschi del il ciclo cavalleresco della Castellana di Vergy, che testimonia l’immagine raffinata e colta dei mercanti fiorentini del medioevo. Il variopinto fregio che domina al di sopra di una cortina dipinta con gli stemmi dei Davizzi e degli Alberti, mostra gli amori della bella Castellana e del cavalier Guglielmo, la gelosa e malvagia Duchessa di Borgogna. Due coppie che intrecciano i loro incontri e le loro conversazioni sopra uno scenario di torrette o di alberi e, alla fine della storia ….. resterà in vita solo uno di essi.Il terzo piano è un tuffo nei ricettari medievali, osservando in cucina gli strumenti utilizzati dalla servitu’ per girare arrosti, calderoni con polenta e preparare filoni di pane rigorosamente non salato. Questa parte è la sezione che preferisco: oltre alle pentole e al vasellame, si trovano utensili come lo spremiagrumi, il cavatappi, l’impastatoio, l’abburatto, usato per separare i chicchi di grano dal rivestimento, un calderone in rame e una zangola per fare il burro, del XVIII secolo. Nello stesso ambiente figurano alcuni strumenti per la tessitura (arcolaio, telaio) e il cucito. Mentre ascolterete storie di spezie usate per le zuppe di cipolle vi potrà cadere l’occhio su qualche scritta alla parete in dialetto antico, che ricorda appunti di cucina, avvenimenti storici o annotazioni di passaggio. Veri e proprio antichi graffiti con proverbi, modi di dire, versi poetici, conti delle spese e note di vita domestica. L’assoluta modernità dell’edificio e la funzionalità degli ambienti è rappresentata dalla presenza di un pozzo interno al palazzo e di servizi igienici collegati alle camere da letto. Vera rarità dell’epoca che sottolinea la raffinatezza dei proprietari. Tra le opere esposte di maggior pregio si trovano la collezione di merletti e ricami, una delle principali attività femminili che si svolgevano nell'ambito domestico.